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Mostacciano

una voce nel quartiere, un quartiere nella voce

Dario

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Chi zompa allegramente, sempre campa

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14 febbraio

Riflessione sul ruolo

Poi venne la questione del ruolo. Perchè nel calcio, come nella vita, ognuno ne ha uno.
E che lo si voglia o no, a parte dei fenomeni che dovunque li metti loro sono forti, per far bene, per stare a proprio agio, bisogna trovarne uno. Il proprio.
Ora, la cosa stravagante, è che nel calcio come nella vita, non sempre il ruolo che uno si sente, in cui vorrebbe giocare, corrisponde a quello dove ti vedono gli altri. E’ una questione di percezione.
Io, ad esempio, sono sempre stato convinto il mio destino fosse quello di sputare sangue a centrocampo. Un ruolo di cuore, di sacrificio, di fiato. Un ruolo per persone generose e volenterose che non hanno dei piedi buoni.
Un po’ alla “una vita da mediano” per intenderci, canzone che, erroneamente, ho creduto per molto tempo rappresentarmi.
Erroneamente però, perchè, a dir la verità, a parte qualche periodo della mia vita in cui di fiato da vendere ne ho avuto a volontà e lucidità non mi mancava, tendenzialmente, io sono una persona pigra, scarica.
Fare il mediano è un ruolo che onestamente non mi compete, in cui rendo poco. E questo, gli altri, lo hanno capito. E certamente prima di me.
E’ proprio vero che si è solo quello che gli altri percepiscono di te.
E che mi piaccia o no, che mi vada o meno, io nasco difensore. E questo, gli altri, lo hanno capito molto prima di me.
Questo ruolo, il difensore, mi calza a pennello.
Poiché sono uno che il senso del dovere, quello personale, non ce l’ha molto. Uno che si lascia un po’ andare, a volte pigro e che vive la sua vita ad ondate. Uno che se ha l’opportunità di risparmiare fiato per un qualcosa concerne me, la mia prestazione, lo fa ben volentieri.
Eppure, se ne faccio una questione di dovere morale, comunitario, allora il tutto cambia. Esce fuori lo spirito di sacrificio che riposa in me e quella che superficialmente viene definita marcatura, per me, diventa un’arte.
E allora ecco che se ho un avversario da controllare, puoi star sicuro che lo seguo pure a pisciare se necessario. E il fiato lo trovo. E lo trovo finché quell’incompetente vestito di nero non fischia la fine del tutto. E se poco poco l’avversario cerca di superarmi, pur di non mettere nei casini i miei compagni, io, senza pensarci su due volte, con gran stile, lo falcio.
E questo mi riesce divinamente. E gli altri, anche un po’ per loro comodità, perchè a loro uno come me fa sempre comodo, lo hanno capito.
E’ una questione di vocazione.
Stoico, ma combattuto e sofferente, perchè costretto a mantenere una posizione. E questo, per me, spinto da grandi ideali, portato a sognare ad occhi aperti e col desiderio di andare avanti e far vincere la propria squadra, è un po’ un limite.
Ma in fondo va bene così, perchè ciò che gli viene tolto da una parte, al difensore, gli verrà dato dall’altra.
E’, per l’appunto, una questione di vocazione.
Giocare d’anticipo con la vita e, soprattutto, porre rimedio ai danni e agli errori causati dai tuoi stessi compagni, dalle persone a cui voglio più bene, senza le quali non potrei mai vincere la mia partita.
Perchè tutto mi si può rimproverare tranne che non sia generoso e responsabile.
Ed ecco amici restare infortunati a terra, magari per qualche stronzetta di turno, e tu pronto a intercettare palla e spazzare senza guardare in faccia nessuno, aspettando che il tempo passi e i tuoi amici trovino le forze per rialzarsi.
Ed ecco, per incanto, mio fratello Paolo che perde una palla a centrocampo, la palla più importante della sua vita, e io mi trovo faccia a faccia con l’avversario che vuole solo scavalcarmi e puntare  dritto al portiere, la mia famiglia, per batterla in contropiede. Ma io stringo i denti, intervengo in scivolata e salvo il risultato.
E questo, di salvare il risultato, mi succede di continuo. Nelle grandi come nelle piccole cose.
Una pacca sulla spalla. Questo è il massimo di gratitudine che posso ricevere e, al tempo stesso, ricavando il massimo della felicità. E io, da parte mia, non posso chiedergli di più.
Perchè questo è il mio ruolo e questo mi offre.




09 ottobre

Smarrito

Gaetà? Gaetano? Ci sei?

Gaetà ti devo dire una cosa. Una cosa bellissima. L’ho incontrata. Finalmente ho visto lei. La lei che cercavo.

Troppe volte ho avuto incontri fugaci con bambine dalla bellezza incompleta, dal sorriso a metà.

Poi un giorno, d’improvviso, è apparsa lei. In tutto il suo splendore. Dovevi vederla, Gaetà, con quell’aria smarrita da turista persa nei meandri della propria mente.

Gaetano mi guarda incuriosito, quasi divertito. E mi dice che non ci crede, che lei non esiste.

Però lei era bella Gaetà. Bella. Sembrava una di quelle bambole da collezione. Perfetta. Sai che vuol dì, Gaetà, perfetta? Bella, con tutte le cose giuste al posto giusto. Le mani attaccate alle braccia e le braccia attaccate alle spalle. E poi le gambe e tutto il resto. Sembrava un angelo, Gaetà, capelli biondi, ché più biondo di così c’è solo il sole. E poi gli occhi, Gaetà: azzurri, più azzurri del mare e del cielo, più azzurri della maglietta della nazionale. Le labbra. Morbide che ci si potrebbe dormire. E il seno. Grande. Ammazza quanto grande, Gaetà. E tenero. Così tenero che potrei tagliarlo a fette e metterlo in un panino, in modo da mangiarlo a merenda. E quello che avanza lo metterei in frigo. E il giorno dopo lo tirerei fuori dal frigo e ci farei un altro panino. E andrei avanti così per un mese. Ma che dico un mese, Gaetà, un anno intero.

E poi noi stiamo bene insieme, Gaetà. Stiamo bene come la pancetta e l’uovo. Come il basilico e la pasta o il basilico e la pizza. Stiamo bene come il Do con il Sol. Ci completiamo a vicenda come il La minore dopo il Fa.

Lui non mi risponde. Perchè non ha mai visto una così bella in tutta la sua vita. E rosica perchè io si. Allora io gli dico che “tu dici così perchè non hai mai visto una bambina così bella in tutta la tua vita. Vero Gaetà? E rosichi perchè io invece si. E sono innamorato”.

Ma lui mi dice che io parlo a vanvera. Dice che non so nulla dell’amore.

E io gli dico che invece io l’amore lo conosco. Per davvero. L’amore è un po’ come quando la notte di natale scarti i regali. Che c’è la cosa che tanto volevi e ti porta Babbo Natale, e dopo due settimane la butti via, la dimentichi. Poi c’è quel regalo che scarti, che ti fa cagare, che fa solo numero. E poi c’è quello che non t’aspetti. che magari all’inizio manco ti piace. Però dopo un po’ di giorni ti piace. E tu giochi solo con quello. Perchè quello è il regalo che, sotto sotto, avevi sempre desiderato. Perchè la tua vita non sarebbe stata la stessa senza di quello. Perchè un domani, tu, senza quel gioco, senza quel regalo, non saresti più lo stesso. E soprattutto perchè tu, oramai, non puoi più farne a meno.

Eh, l’amore è un po’ come quest’ultimo regalo. Inaspettato e vulnerabilmente tuo.

Gaetano però dice che a me lei in verità non piace. Dice che è solo una fissazione delle tante. Come quella volta che dicevo di amare la maestra, o la bambina del primo banco a sinistra, o quella della reclame della Lancome. Gaetano dice che, in realtà, io pretendo le cose solo per capriccio. Ma, in realtà, Gaetano non sa che lei è il capriccio più bello che abbia mai visto.

Io voglio lei. Per davvero. Voglio tenerla per la mano e uscirci e farci tutte le cose che fanno i grandi quando stanno insieme. Voglio comprarmi una casa e tre macchine, e sposarla e farci cinque figli e fare tutto il resto che fanno le persone sposate.

“A Gaetà, ti ricordi l’estate di due anni fa al mare? Ti ricordi che avevo paura di nuotare e tu mi hai aiutato a superarla? Ti ricordi la paura fottuta di perdermi in spiaggia? E quella del buio? Eh, Gaetà, che stavamo ore a parlare finche stremato non mi addormentavo?

Ecco, vedi, in questi anni tu sei sempre rimasto vicino. Allora mi spieghi perchè ora continui a fare così? A contraddirmi e scoraggiarmi?”

Gaetano non risponde. Io allora gli dico che lui mi deve sempre stare vicino. Che un amico non può essere tale un giorno si e uno no, o un giorno si e due no, oppure due si e tre no. Insomma, un amico c’è oppure no. Mica ci stanno vie di mezzo. Che hai mai visto amici a metà? Oppure uno che va da un amico e quello, l’amico, gli dice no guarda oggi non sono tuo amico, però se ripassi domani, magari, tante volte, hai visto mai che siamo amici. “Eh? Sii serio Gaetà. ‘Mo che è sta storia che siamo amici a giorni. Cos’è, dal lunedì al venerdì sei mio amico e nel week end no?

E poi sto stufo di parlare con te. Sono già le dieci e domani c’è pure il tema a scuola. Che la mamma ci tiene tanto al tema. E io tengo tanto alla mamma. Perchè lei mi vuole bene, Mica come te, Gaetà, che sei amico mio un giorno si e uno no; oppure due si e uno no, oppure due si e tre no. L’amicizia è un altra cosa. E poi oggi mi hai fatto arrabbiare. Non lo so mica se saremo sempre amici io e te.”

Lui, però, mi dice che lei non esiste, che è tutto frutto della mia fantasia. Ma io gli dico di no, gli dico che lui sì, non esiste, è frutto della mia fantasia. Non lei. Lei che è fatta di carne e di ossa, naso, bocca, gambe e tutto il resto. Lui è finto. E ora mi ha anche stancato.

“Vabbè, ora, Gaetà, ti saluto che è tardi. Ne riparliamo domani”.

Allora accompagno Gaetano verso l’armadio e lo chiudo dentro. Spengo la luce e mi metto sotto le coperte. E penso a lei, che maledettamente bella mi ossessiona le notti da un paio di settimane a questa parte. Penso a lei, che, presto o tardi, sarà mia.

21 luglio

Mamma Eur, Addio

Negli anni duemila io me ne andai, come oggi i ragazzi vanno in India, vanno via.
Anche io me ne andai nauseato, stanco da questo Eur del dopo scuola. Allora, a vent'anni mi trovai davanti a questa situazione.
E me ne andavo da quell'Eur addormentato, da quell'Eur puttanone, borghese, fascistoide.
Da quell'Eur volemose bene, annamo avanti. Da quell'Eur ah regà, se tajamo, famo i gonzi.
Quell'Eur della Conca e il Bar delle Mignotte; delle punte sotto casa di Fede, dei panini matti più matti.
Me ne andavo da quell'Eur Claudio è un maiale, Federico "sto a cena co Marina".
Da quell'Eur Riccardo hi hi hi; Simone un'ora di ritardo, non arriva mai. Da quell'Eur MArio "non mi avete chiamato, è stato Jacopo".
Cipi: "che c'hai na sigaretta, prestame duecento lire". Da quell'Eur Ricky sta usci con una, si ma tanto è sempre bionda.
Da quell'Eur Luca "sono io il più forte alla play" ;
Me ne andai da quell'Eur cortellate alla conca, quell'Eur "Michele prenotace er campo, venimo alle 7".
Quell'Eur dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei Beriti bancari, delle raccomandazioni.
Da quell'Eur zingaroni è bello. Delle mille chiese, dei gesuiti.
L'Eur di viale pasteur, di piazzale Agricoltura, dell'Eur della P2.
Me ne andavo da quell'Eur che a pomezia e all'idroscalo ce invidiano tutti. Dell'Eur caput mundi, del Colosseo Quadrato, del palazzo dei congrssi del laghetto, di Tomeucci e Palombini.
Da quell'Eur che è meglio di Tor de Cenci de Piazza Biffi, da quell'Eur che la gente orinava per le strade
Me ne andavo da quella zona che portava e porta ancora il nome del quartiere dove abita claudio (decima).
mamma eur.. addio.
 
p.s.: invito i lettori del post a lasciare un pezzo di Eur
12 luglio

Nuclei Irrequieti Rivoluzionari

I fatti avvenuti l'altra notte a Casal Bertone e l'aggressione di dieci giorni fa a Villa Ada da parte di una trentina di attivisti di destra mi stanno facendo riflettere. Mi chiedo cosa sarebbe stato di noi se avessimo vissuto negli anni di piombo.
Che ne sarebbe di noi se di colpo arrivassero altri anni di piombo? Cosa sarebbe delle nostre vite?
 
 
LETTERA DAL CARCERE DI SULMONA, 12 LUGLIO 2027
 
Il tempo qui dentro scorre perfetto. Gli anni passano in un clima di tranquillità difficile da trovare altrove. Una serenità che fuori da queste mura ho sempre stentato a carpire, a infondere su chi ho voluto bene.
Mentre sudo nel caldo di una notte estiva, cercando disperatamente di trovare riposo, penso a voi. Ripenso a quando tutto iniziò: una notte afosa come questa, però di 20 anni fa.
 
Eravamo un gruppo di amici. Nulla di più.
La società stava ripiombando in un odio mai sopito e la violenza prendeva piede nelle giovani generazioni, diffondendosi a macchia di leopardo in tutto il Bel Paese.
Non fummo i primi a sparare nè certamente gli ultimi, ma lo facevamo con convinzione e con uno stile inconfondibile.
Tutto iniziò la sera del 12 luglio 2007. Il Nano un paio di sere prima si presentò euforico sotto casa del Tomma. Fece spuntare dal giubbetto una vecchia berretta calibro 9. Disse che un compagno della sezione catanese l'aveva rubata a un camerata e che gli serviva qualcuno disposto a farla sparire per un po'. Quella notte andammo al parco di Malafede a sparare alle balle di fieno. E chi poteva immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco.
Tornando all'Eur ci fermammo come di consueto al Fungo. Convenimmo che eravamo pronti per fare il "grande passo".
Abbiamo fatto una macchina e ci siamo incamminati verso Cinecittà. Al volante del Maggiolone nero sedeva il Tomma, al suo fianco stavo io; dietro, stipati come pochi, il Nano, Simone e il Corvino. Ci fermammo nei pressi di una piazza, attirati da tre ragazzi seduti su una panchina che fumavano spinelli. Capelli lunghi, eskimo e barba incolta conferiva loro un'inconfondibile aria da comunisti. tanto ci bastò. Tanto mi bastò.
Intimai al Tomma l'alt e, voltatomi severamente, presi il pezzo dalla mano del Nano e scesi dalla vettura. I quattro capirono subito la situazione, un po' meno i tre fattoni seduti sulla panchina. Ebbi tempo di prendere la mira e la presi.
Il primo colpo andò fuori bersaglio. Il secondo e il terzo pure. I fattoni ebbero il tempo di sentire i colpi e si dettero alla fuga. Il quarto tentativo, però, centrò la gamba di uno dei tre in fuga che, sanguinante, si accasciò a terra. Lo raggiunsi a passi lenti e, da posizione ravvicinata, lo finii con altri tre colpi. Poi tornai di corsa dai miei amici e, salito sulla macchina del Tomma, schizzammo subito via.
In macchina regnava un silenzio di quelli gravi e profondi. Di quelli che qualsiasi cosa uno avrebbe detto, sarebbe stata fuori luogo. Decisi di squarciare la cornice che reggeva quel momento con un "mezzo burino". Scoppiammo a ridere di gusto e decidemmo di finire la serata con una birretta dal bangladesharo a piazza Biffi.

Non fummo i primi a sparare nè, certamente, gli ultimi. Però lo facevamo con uno stile inconfondibile. Si, a cazzo di cane. Non eravamo nè di destra nè sinistra. Eravamo figli di quegli anni, schiavi dell'odio. Sparavamo a tutti indifferentemente: compagni, camerati, apolitici, immigrati, francesi, asiatici, ebrei, cattolici, mussulmani, napoletani, milanesi, toscani, donne, uomini, bambini e chi più ne ha più ne metta.
I mesi scorrevano rapidi e le vittime cadevano sotto il nostro fuoco come foglie d'autunno.
Eravamo un gruppo di amici. Nulla di più. Ma molte cose cambiarono da quella notte:
Il Corvino fu arrestato per spaccio internazionale.
Cipi e Paola entrarono nelle nuove BR. Attualmente credo siano in Cile a fomentare nuove rivolte popolari.
Luca è divenuto magistrato. E' stato procuratore nazionale antimafia tra il 2016 e il 2020. Ha contribuito all'arresto dei super boss di Cosa Nostra Giuseppe Alaimo detto "u pippo" e di Giuseppe Malta detto "u notaru".
Simone e il Riccardo sono entrati in politica con il Nuovo Partito Neo Democristiano.
Il Nano è stato rapito dal vortice dell'eroina e attualmente si sta disintossicando in una comunità nei pressi di Città della Pieve.
Lorenza, Silvia e Alessandra hanno aperto in via Tiburtina il primo "market del sesso" italiano.
Ricky e Alessandro sono diventati attori e produttori di pellicole del nuovo trash all'italiana.
Non tutti, però, ce l'hanno fatta. Il Tomma perì durante uno scontro a fuoco con le guardie nei pressi del canale di Ostia. Ci presero d'improvviso mentre stavamo recuperando delle armi del Simone nascoste sul fondo del canale.
Io riuscii fortunatamente a fuggire, ma per il Tomma non ci fu nulla da fare.
Fui beccato nove mesi dopo da Your Music mentre stavo ferendo a morte il commesso del reparto percussioni.
 
Da allora molto è cambiato.
Molto fuori da queste mura.
Dentro di me, però, poco è cambiato. Qualcosa in verità è successo: è cresciuta la rabbia verso questa mondo e questa gente.
State sicuri che appena uscirò di prigione torneremo. Torneranno. Più cattivi e più imprevedibili di prima:
I NIR (nuclei irrequieti rivoluzionari).
in fede,
Klex Giusva Delicato
11 luglio

Calcio, zingaroni e rivoluzioni

E' uscito "La Squadra Spezzata", il nuovo libro del giornalista Bolognini. Per chi ama il calcio è un racconto meritevole. Per chi segue con interesse la Storia è un libro interessante. E' una figata (dovrebbe esserlo, ancora non l'ho letto ndr) per chi adora tanto l'uno quanto l'altra.
 
Il romanzo è ambientato nell'Ungheria degli anni '50 e narra la caduta della grande nazionale ungherese in concomitanza con quella del Partito Comunista Ungherese. La rabbia per la finale di Coppa del Mondo persa contro la Germania e l'odio crescente verso i Sovietici.
 
Sarebbe un po' come scrivere un libro sul periodo d'oro del Corsaro al Mendoza in concomitanza con la sconfitta elettorale della CDL.
 
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